Cova do Vapor
un villaggio chiamato mare


Prologo
Una sola strada porta a Cova do Vapor, quasi si trattasse di una penisola attaccata alla terra ferma con un istmo. Tutto intorno, mare.
E che il mare significhi vita in questo piccolo paese di pescatori ai confini di Lisboa, dove il Tejo finisce il suo corso, lo si capisce fin da subito, all’entrata dello spazio occupato dall’associazione degli abitanti: una mappa satellitare appesa storta sulla parete mal imbiancata mostra appunto mare, solo mare. In un angolo della mappa, unica terra visibile, Cova do Vapor, attaccata inesorabilmente a quella distesa azzurra e al suo destino, da sempre in lotta con i suoi capricci.
Di fronte la città, Lisboa, qui pescatori ai margini del fiume per l’ultima pesca della sera, un porticciolo, dieci barche ormeggiate e reti imbrigliate.
Si rimane a bocca aperta di fronte al panorama architettonico di Cova do Vapor. Una recente stima ha contato 350 case, per un totale di 200 abitanti residenti.
Si tratta per lo più di case in legno degli anni 40-50, memoria di un passato di gente che qui si è costruita una dimora e una vita in continua fuga dalla potenza del mare. Non si contano le persone che si sono svegliate una mattina e hanno trovato quello stesso mare varcare la soglia di casa. e allora via, casa in spalla, moglie e figli al seguito, ci si allontana dalla costa, ma là dietro non c’è spazio, l’area abitabile è quella che è...
Unica soluzione: stringersi al vicino, aumentare la densità, dimezzare le strade, lo spazio pubblico, e diventare alleati perché qui, se non ti allei, la battaglia la perdi e il mare ti spazza via.

Contesto sociale, azione popolare
Ecco perché Cova non è solo un paese come tanti altri, memoria tangibile di architettura popolare portoghese.
Cova è innanzitutto un esempio sociale, mix eterogeneo di persone arrivate qui che hanno intrecciato i propri destini con quelli del mare e delle loro case. Case che non sono altro che il racconto di un passato sofferto ma vissuto e partecipato in prima persona.
Qui vivono pescatori, ma anche gente che appena può fugge da Lisboa per allontanarsi dai rumori della città.

Autocostruzione
A cova do Vapor le condizioni sono precarie: non c’è un sistema centralizzato di tubature, ogni casa ha una fossa asettica o due, se serve.
Ma la cura per il dettaglio, quella non manca. Ogni famiglia ha optato per una decorazione delle pareti esterne differente: c’è chi ha pensato ad un azulejo, chi ha applicato conchiglie della vicina spiaggia all’intonaco, chi ha usato il colore, magari avanzo di un lavoro fatto in città.
Colore ovunque a Cova do Vapor, dal rosso acceso delle travi di legno della “casa dos figueiredos”, alle più svariate tonalità del verde del bairro omonimo, fino alle caselle delle lettere in tinta con gli infissi. Colore, marchio riconoscibile in grado di dare una fisionomia al paese.
Secondo segno di riconoscimento, le dimensioni delle abitazioni che definire a misura d’uomo è un eufemismo. Proviamo a scattare una foto ma è difficile spiegare la scala, l’unica possibilità è quando passa una persona, magari un cane, che raccontano di una scala impensabile: panni stesi che coprono finestre intere fin quasi a toccare il pavimento, panchine che sembrano gigantesche, un paio di grandi scarpe a prendere aria sul tetto.
Ma il fuori scala non è dei panni, né delle panchine e le scarpe, a ben vedere, sono normali.
Realmente siamo di fronte ad un paese in miniatura.
Sproporzioni che non si riflettono però nel quotidiano. L’uomo ha costruito qui un’architettura a propria misura, con due obiettivi: facilità costruttiva che gli permetta di rispondere ad esigenze “nomadi” di un’esistenza in fuga, associata alla necessità di mantenere un livello adeguato di vivibilità (sedentarietà), attraverso l’attenzione al particolare costruttivo del proprio spazio abitativo.

Epilogo: un futuro incerto
Il presente parla di un’area finita del “plano de loteamento da Costa de Caparica”, il che, tradotto, significa che entro breve la gente dovrà fare le valige. Questa volta però definitivamente.
La gente non ne parla volentieri, preferisce alzare le spalle e aspettare, nel frattempo vivere il proprio presente e la propria comunità: le spese del venerdì al mercato, una cerveja al bar dell’associazione, l’assemblea generale nella sala grande della stessa, una volta al mese.
Cova do Vapor è il paese di Gulliver? niente affatto, solo il risultato di un modo di costruirsi il necessario da soli, senza bisogno di pianificazione o architetti, con l’aiuto di materiali di avanzo e dell’amico operaio.
Nel frattempo le giornate trascorrono lente, con il camioncino della frutta che arriva dal paese vicino e raccoglie un capannello di gente curiosa e pronta a criticare il prezzo troppo alto. Le signore all’ombra a discutere delle solite cose e la panchina che affaccia sul mare ad ospitare gente scrutando l’orizzonte: di fronte surfisti, pescatori e un futuro tutto da decifrare.

Marco Sessa
[ottobre 2006]
fotografie: Giulia Uva

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